Tanti auguri Capitano!

Compie gli anni oggi il nostro Capitano Roberto Luise che si racconta assieme al fratello “Ciano” in questa bella intervista di Simone Varroto di qualche anno fa…

Fratelli d’Italia. La Padova ovale di Ciano e Roby

Luise I, 86 anni, colonna del Petrarca anni ’50 e Luise III, 75 anni, il burbero dal cuore d’oro

di Simone Varroto 27 maggio 2013

 

PADOVA. Sono stati i primi fratelli rugbisti padovani a vestire la maglia dell’Italia, pioniere uno e colonna del Petrarca l’altro, capitani di grandi doti sportive e umane dal carisma indiscutibile. Il più grande, Ciano, che in realtà si chiama Luigi, nato in quartiere Santa Croce nel 1927 è agli annali come Luise I. Occhi vispi e sorriso furbo, nonostante gli acciacchi ha ancora un fisico asciutto e attivo. Il più giovane, Roberto, classe 1938, per la cronaca sportiva Luise III, burbero leader dal cuore d’oro e dal corpo d’acciaio, è un monumento vivente. In febbraio, per il match del Sei Nazioni vinto con la Francia, insieme ad altri 600 ex nazionali hanno ritirato allo stadio Olimpico il “cap” della Federazione Italiana Rugby, riservato a chi vanta presente in maglia azzurra. Oggi si raccontano spalla a spalla, in una galoppata che dal dopo guerra arriva fino ai nostri giorni. Un legame indistruttibile, quello dei Luise con la Padova ovale e con il Petrarca.

Com’è iniziata l’ avventura?

Ciano: «Avevo 18 anni e frequentavo la Rari Nantes, che all’epoca si trovava di fronte alla Canottieri, dopo il ponte dei Cavai, dove l’Alicorno si stacca dal Bacchiglione. Tra loro c’era Vasco Nicolao, che nel 1946 m’invitò a giocare con l’Associazione Rugby Padova. Il Petrarca Rugby non esisteva ancora. Fu fondato l’anno dopo, quando si sciolse l’Asr e una delegazione di giocatori chiese ospitalità a padre Casella e padre Messori dei gesuiti dell’Antonianum». Roberto: «Io invece ho conosciuto il rugby a 9 anni portando insieme a nostro fratello Renato la borsa a Ciano, che lavorava in piazza Insurrezione, portando in giro le bottiglie di Coca Cola per propagandare la nuova bibita americana. Consegnata la borsa potevamo seguirlo se non c’erano bottiglie da controllare, altrimenti dovevamo stare di guardia».

Perché le rubavano?

Ciano: «Altro che: c’era molta fame all’epoca, ma anche con la sete non si scherzava!».

E ufficialmente quando ha iniziato Roberto?

«Nel 1948 iniziò Renato, che ha due hanno più di me. Io ho cominciato nel 1950, a 12 anni, ma ho dovuto attendere due anni per entrare in squadra, perché Ciano non voleva». Ciano: «Era pericoloso, gli avversari non andavano per il sottile con i ragazzini. Ho anche minacciato Roberto di spaccargli un braccio, ma non è bastato».

Prima partita ufficiale?

Ciano: «Con l’Asr Padova, nel campionato 1946-’47. Ma in gennaio ci ritirammo per difficoltà economiche. Si giocava al Petron, al Monti o all’Ippodromo di Ponte di Brenta». Roberto: «A 16 anni, contro Rovigo pluriscudettato, come pilone destro contro il nazionale Bellinazzo. Da brividi. Alla prima mischia mi rifilò un cazzotto sui denti, spaccandomene due. La partita invece finì 3-3: mio fratello Ciano segnò una meta e mi salvò da un calcio di Topa Milani mentre ero a terra».

Erano così terribili i “rovigotti”?

Ciano: «Erano fortissimi e non guardavano in faccia a nessuno. La grande rivalità con il Petrarca nacque in quegli anni». Roberto: «Per le partite importanti Rovigo metteva in campo tutti i più feroci».

Avete fatto anche voi i “cattivi”?

Roberto: «Una volta al Tre Pini, contro il Treviso, il mediano Fuselli continuava a sgambettarmi. All’ennesimo fallo l’ho centrato con un pugno e sono uscito dal campo: mi sono autoespulso. Lui l’hanno svegliato a secchiate d’acqua».

In che ruolo giocavate?

Ciano: «Ho iniziato in terza linea nel 1947-48, quando fummo promossi in A. Poi Lando Cosi mi volle spostare centro e quindi ala, finché non arrivò mio fratello Renato. Da allora sempre centro, in coppia con Berto Comin, come in Nazionale».

E Luise III che ruolo preferiva?

Roberto: «Terzalinea. Ma ho giocato in ogni posizione».

Tutti e due siete stati capitani: che qualità servono?

Ciano: «Carisma e sangue freddo, per prendere anche le decisioni più difficili. Ricordo di quando perdemmo con il Parma una sfida decisiva per il titolo, nel 1956. L’arbitro Gorla di Bologna fece di tutto per danneggiarci finché Toni Danieli lo stese con un pugno. Così mi tocca riferire il nome del colpevole. E per salvare il nazionale Danieli, indicai il povero Gregnanin che scoppiò a piangere». Roberto: «Bisogna conoscere il gioco e saper trattare con l’arbitro. E ai compagni si deve dimostrare la propria forza, fisica e mentale, dando l’esempio. Vale anche nella vita, anche senza essere grandi oratori».

Tra gli allenatori quale vi ha trasmesso di più?

Roberto: «Per me Lando Cosi, perché spiegava benissimo i fondamentali. Ed è una persona di grande intelligenza e simpatia».

Tutti e due a un certo punto avete lasciato la Nazionale, perché?

Ciano: «Dopo quel campionato perso nel ’56, per la delusione insieme ai migliori del Petrarca passai al rugby a 13, dove si poteva anche essere pagati. Così la Federazione ci squalificò tutti». Roberto: «Io ho smesso per conquistare mia moglie. Mi spiego meglio: per entrare nelle grazie di sua madre nel ’65 mi sono iscritto alle serali. Ho fatto tre anni di medie in uno e poi il Marconi. Ovviamente, tra lavoro, studio serale e Petrarca, non avevo tempo per la Nazionale».

Esperienze all’estero?

Roberto: «Sono stato due volte in Inghilterra. La prima nel ’56, a Keighley in Yorkshire, ma tornai subito. La seconda fu nel 1961. Concluso l’impegno in polizia dopo aver vinto due scudetti, volevo tornare al Petrarca ma padre Pretto mi apostrofò: “Solo perché sei Luise, chi ti credi di essere?”. Allora me ne andai di nuovo in Inghilterra e restai 50 giorni con il St. Helens, famosa squadra di XIII, che mi offrì mille sterline all’anno, più premi partita. Fu Memo Geremia a a farmi rifiutare, promettendomi un posto. Fui assunto come operaio alla Sade, ora Enel».

Geremia è stato vostro compagno, allenatore e presidente. Cosa gli riusciva meglio?

Roberto: «Faceva tutto bene ed era scaltro, soprattutto a far soldi. Carburanti, edilizia, cementifici, meccanica: entrava in ogni affare buono. Aveva una liquidità impressionante che gli permetteva di trattare da posizione di vantaggio con i potenti della città, per il bene del Petrarca Rugby».

Una volta è riuscito a “ricattarlo”, vero?

Roberto: «Sì. Nel ’65 l’ho minacciato di andarmene se non avesse rinforzato la squadra. Ero stufo di perdere. Arrivarono nuovi giocatori e dopo quattro campionati vincemmo il primo scudetto».

Soldi però ne vedevate pochi.

Roberto: «I soldi arrivavano, per mantenere la squadra, dai notabili della città. A volte andavamo perfino sotto casa a cantargli la “chiarastella”. Quando andava bene il Petrarca ci dava un buono da 500 mila lire da spendere in abiti al Duca D’Aosta e si festeggiava da Zaramella, ai Veneziani in Prato o alle Padovanelle».

I padovani seguivano il rugby?

Ciano: «Dopo la prima promozione in A la tribuna del Tre Pini era strapiena. Per tutti gli anni ’50 venivano migliaia di persone». Roberto: «Ai tempi degli scudetti, tra gli anni ’70 e ’80, il Petrarca faceva il pienone perfino all’Appiani».

E oggi in meno però?

Roberto: «È un problema del rugby italiano. Il Petrarca ha senz’altro le sue colpe, considerando che ha una base di ex giocatori, potenziali sostenitori, di almeno 6 mila persone».

Vuole polemizzare?

Roberto: «Dico quel che penso. Il Petrarca è fatto da persone. Se non vengono invogliate a restare, se vengono trattate con freddezza perché alla società tutto è dovuto, non ci siamo. Io sono partito da zero, ho fatto il capitano e il dirigente ma poi non ho avuto problemi a fare il porta acqua o il custode dello stadio. Spero questa cosa venga compresa perché il Petrarca può essere un faro dello sport italiano».

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